A un cerot punto si deve dire: mah, proviamoci!
Più dubbi che certezze in questo tempo che continua a essere un tempo di mezzo, vivendo in pieno il senso di una generazione precaria. Precaria nel lavoro al di là di impegni per stabilizzare e sviluppare personalità, sentimenti, idee, identità. Precarietà precaria di luoghi e investimenti che, chissà, un giorno dovranno pur portare a qualcosa, quantomeno a una destinazione ché pare che la nostra generazione sia stata sacrificata.
E nessuna primavera pare arrivare per i giovani europei dove gli indignados spagnoli sono isolati, i greci si arrabattano senza umiltà e gli italiani appena appena muovono qualche passo. Al nord, dicono, si stia meglio, ma la gente non pare esser granché ottimista. Forse la Turchia o, più in là, la mastodontica India o l'allegro e contraddittorio Brasile. Una geografia che riscrive le opportunità mentre qui, in una piccola stanza poco lontano dal centro del mondo, si decide che val la pena provarci, tanto ormai...
A differenza di altre, la mia generazione non ha perso. La mia generazione è stata sacrificata preventivamente. E questo è quel punto in cui la loro miopia non arrivava. Al fine, saremo classe dirigente temprata, ma solo alla fine. Se ci arriveremo.
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