frammenti da una serata ad ascolta Massimo Zamboni e figlia
26/04/26
C'e' il bisogno di raccontare un mondo epico, quello dei partigiani, mentre in Pregate per Era, la montagna tiene la memoria, la memoria di un omicidio
| I'm not noble and I don't believe in it. I think there're past worlds, worlds that have to come and worlds that will never be, hopefully or unlikely, my Duchy is one of these worlds. | Non sono nobile e non credo nell'aristocrazia. Credo ci siano mondi passati, mondi che devono venire e mondi che non saranno mai, per fortuna o purtroppo è così. Il mio Ducato appartiene a questi mondi. |
C'e' il bisogno di raccontare un mondo epico, quello dei partigiani, mentre in Pregate per Era, la montagna tiene la memoria, la memoria di un omicidio
Da quest'estate, mi sono appassionato a questo podcast di Storia dell'Asia. Continente immenso, l'Asia la si conosce pochissimo. Prima stagione sull'Arabia (saudita e non), poi Persia/Iran e ora sto ascoltando Iraq & Siria. Affascinante.
Ora che conosco meglio la storia di Persia/Iran, capisco un filo meglio quel che succede a Teheran e dintorni, soprattutto capisco di non capire. Pero' almeno ne sono consapevole!
Interessante l'approccio che parte dalla situazione attuale e va indietro a riprendere quelle epoche che influenzano ancora l'oggi perche', diciamocelo, non tutta la storia e' ancora rilevante oggi, piaccia o non piaccia.
Ovviamente, non ho idea si cosa accada veramente adesso in Iran, ma mi sono fatto qualche idea in piu' della loro storia.
Buon ascolto
Read more...Io ce li vedo, a gonsolarsi per l’idea “geniale“ di estendere il lutto per il Papa in modo da « bloccare » il 25 Aprile. Invece, si sta rivelando un clamoroso autogol, ridicolo e patetico. Allora, meglio Berlusconi che ando’ a festeggiare all’Aquila fingendosi Partigiano per un giorno.
Invece questi sono personaggi da commediuncola degli errori, neofascistelli che si gongolano di essere ora al potere, sfoggiando cimeli del ventennio. No, l'Italia e' piu' avanti. Per fortuna.
Sorrido e
festeggio.
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
Piero
Calamandrei
Un ciclo siamo macellati. Un ciclo siamo macellai. Lo canta GioLindo, lo dice la Storia.
Ho imparato a guardare la storia da adulto, non conosco paese/nazione/comunitá che non possa di esserlo stati. La Francia di Louis XIV o Napoleone; la Francia devastata delle Guerre mondiali. L’Italia dell’Impero di Roma; l’Italia colonizzata e devastata. L’Inghilterra eroica della seconda guerra mondiale; l’Inghilterra imperiale. Il Belgio delle mille battaglie sul suo territorio; il Belgio in Congo. Potrei andare avanti a lungo -ahimé- citando le Nazioni che non esistono piú, quelle che manipolano la storia, quelle che la dimenticano.
Dunque, nessuna
contraddizione. Ieri macellati nella peggior tragedia del XX secolo; oggi
macellati con una reazione a dir poco spropositata e devastante. Colpisce
perche’ credo neanche loro sappiano come uscirne dopo una tale atrocitá.
Io non dimentico. Perché i forni crematori sono il progresso dei roghi, in un progresso tecnologico che rende solo peggiore il ruotare dei cicli. Le foto non si possono ignorare, ieri e oggi. Difficile mettere le parole in fila davanti tanta atrocitá. Sia la Pace agli innocenti vittime di tanta brutalitá.
Sia la pace.
Read more...Visitammo S. Anna di Stazzema qualche anno fa.
Gli aeroporti della globalizzazione, luoghi anonimi che potrebbero essere ovunque, tutti uguali fra loro, privi di radicamento territoriale e identità sociale. Si passa in attesa di saltare altrove dove si troverà un altro non luogo. Li capisci bene con le metro: non sai cosa c'è in mezzo, sbuchi da una galleria, mentre in bici o a piedi scopri che c'è tutta una città nel mentre dei viaggio. Ma di questo tanti hanno già scritto.
Fra le cose che girano su questi schermi ce n'è una che dice che il problema di oggi è che tutti vogliamo scrivere, ma non abbiamo voglia di leggere gli altri. Già mi chiedo se abbia fatto bene a scriverlo... però almeno mi impegno a leggere eventuali commenti.
Perché mi rendo conto che ho poca voglia di leggere i libri e articoli degli altri, un motivo valido per aver lasciato la carriera accademica che, vista da fuori, appare ancora piú assurda. Tuttavia, leggere significa anche un ascolto attivo, significa voler capire perché quella persona ha voluto scrivere quella cosa. Dietro a un tweet o una frase su Facebook, ci sono intenzioni, emozioni e pensieri, magari non sempre consapevoli. Ammetto, anzi confesso che mi viene piú facile l'ascolto attivo di persona che non online. Su questi schermi c'é troppa velocitá e un flusso eccessivo di cose scritte, condivise e rilanciate.
Non so se averlo scritto mi fa stare meglio, almeno voglio ricordarlo a me stesso.
Read more...Due luoghi legati alla mia famiglia per ragioni diverse mi han fatto conoscere due eventi storici che dicono molto della situazione attuale.
Non e’ la prima volta che ricevo la notizia della morte di uno dei miei maestri, ma lui era sicuramente il più importante di tutti. Relatore di triennale, specialistica e dottorato, lui ha segnato più di chiunque altro la mia formazione universitaria, sia scientificamente che umanamente. Un modello, un esempio, un riferimento. Era l’accademico che sarei voluto diventare: scientificamente eccellente, impegnato in politica nel giusto e, naturalmente, dalla parte giusta. Tuttavia, era anche un battitore libero, indipendente di pensiero ma anche e soprattutto come persona. Un economista fra i manager del politecnico. Rigoroso metodologicamente e capace di capire come le analisi influenzassero le decisioni pubbliche, si trovava in una facolta’ dove si tendeva a filosofeggiare sul progettare. Ma non credo che avrebbe resistito a lungo fra gli economisti duri e puri.
Sono cresciuto come un Planner (quindi un non-architetto) con specializzazione in economia (ma fra gli ingegneri gestionali). Mi ha insegnato interdisciplinarità e, anche grazie alla moglie anch’essa mia professoressa, la transdisciplinarieta’. Perche’ se l’analisi delle politiche pubbliche (i miei primi due maestri, entrambi gia’ scomparsi) si impara il “come” si decide, e’ l’economia che ti guida sul “cosa”. Solo aver avuto maestri in entrambe le direzioni ho potuto maturare una comprensione delle dinamiche sociali collettive siano esse della citta’/regione o a piu’ ampia scala: conta il cosa E il come.
Affascinante nel parlare, libero pensatore, scientificamente ineccepibile.
Tuttavia, mi sorgono molti “si’ ma…” in questo momento. Perche’ fui accolto come una moto fra i trattori: a cosa serve una moto se devi macinare, arare, smuovere. Qualcuno avrà detto che era una buona moto e che se voleva venire in fattoria, perche’ no. D’altra parte, era la miglior fattoria altamente produttiva ed efficiente, un’indiscutibile eccellenza. Era l’esempio di riferimento e magari una moto sarebbe servita. Forse la metafora non e’ azzeccata, ma se ripenso agli anni del dottorato, la mia scelta di indipendenza (abbandonare il planning verso una formazione gestionale-economica) non fu felicissima. Non ricordo di essere stato all’interno di un quadro educativo. Il percorso di formazione era da artigiano che impara il mestiere a bottega, ma ahimè i tempi erano cambiati e serviva un piano educativo.
Chi ha seguito queste righe virtuali sa che gli anni del dottorato sono stati difficili, frustranti con conflitti sottaciuti fino alla decisione, sofferta e amara, di dover emigrare, andandomene da quel percorso politecnico per cui mi ero impegnato tanto. Ancora oggi rimane un forte risentimento per come il Politecnico mi abbia trattato. Quando lo annunciai, venni accusato di aver fatto fallire un progetto di investimento su di me di cui non mi ero mai reso conto e, a tutt’oggi, mi chiedo quale fosse. Un progetto mai concretizzato da chi si addormento’ l’unica volta che ebbi l’opportunita’ di presentargli la mia tesi, che non si presento’ alla mia difesa di dottorato (perché’ gia’ sapeva che me ne andavo) e che, in seguito, si rifiutò di firmare lettere di referenza per delle posizioni a cui feci domanda. Con lui ho una sola pubblicazione su un capitolo e non mi fece mai fare un articolo scientifico, così compromettendo le mie future prospettive di carriera accademica. Diceva che non erano importanti e bastava la tesi, senza capire che il mondo scientifico era irrimediabilmente cambiato. Come si può capire, ne porto un certo risentimento. Ripensandoci ora, non posso dire che il dottorato fu un’esperienza positiva.
Eppure oggi, accendendo un cero in Chiesa per lui, sono stato invitato al perdono. Voglio pensare che abbia fatto tutto in buona fede, avendo dovuto navigare in un ambiente tossico. Restando col vento in poppa grazie al rigore scientifico e all’ambizione di riuscire a fare ricerca di rango europeo/mondiale. Veniva dagli anni ’80-’90 e fu eccellente per quel periodo. Un pioniere ma, per onestà, bisogna dire che non fosse un team leader.
Mi risuona nelle orecchie una frase di una delle mie amiche più importanti, allora come ora. Diceva che a un certo punto avrei dovuto rescindere il cordone ombelicale col politecnico e confrontarmi con un mondo adulto. Ecco, oggi capisco che quell’esperienza fu la transizione, rude e schietta, verso l’età adulta. Capisco ora che molte delle mie ossessioni, come la necessità di pianificare, di conoscere la direzione, di sentirmi ascoltato, nascono da quegli anni forgiati tra ambizioni scientifiche e un ambiente per nulla attento all’ascolto umano. Non a caso, conservo ancora contatti con l’unica persona che si contraddistingue per intelligenza emotiva (guarda a caso, l’unico altro cattolico di quel gruppo). Capisco che bisogna tagliare il cordone, capisco sia stato un processo doloroso. Capisco molti dei miei errori ma anche che non si può restare tutta la vita in una culla. Capisco i miei nonni che dovettero lasciare le loro città di origini e come loro arrivano a Milano (e in fondo credo furono felici), così io ho dovuto lasciare Milano e arrivare altrove.
Capisco anche che anche lui recise i cordoni con la Bocconi e venne al Politecnico, economista fra ingegneri e urbanisti, affascinato dagli architetti senza esserlo. In questo lo ammiro perché ha sempre portato avanti la sua strada, la sua navigazione senza compromessi.
Riposi in pace. La sua nave arriva in porto dopo un viaggio eccezionale. Molti dei suoi insegnamenti resteranno e la grandiosità e’ che sono insegnamenti complessi, mai banali né univoci, non solo scientifici, ma molto molto umani.
Chiudo chiedendomi se sia giusto aver scritto tutto questo qui. Forse si’, forse che no.
Read more...Non e' la prima volta che uno dei miei grandi maestri se ne va, ma sicuramente era per me il piu' importante per competenze, per ruolo e per personalita'.
Read more...Imparo che dopo aver condiviso esperienze emotivamente intense, poi si fa fatica a evolvere quando le fasi della vita cambiano. Esperienze intensamente positive ti pervadono e possono attirare la volontà di fare anche di piu’, arricchendo ulteriormente.
Ma poi la vita scorre, cambiano esigenze e fasi desideri, ma rimane quell’aspettativa che ormai si e’ creata per quel passato così importante. Se però quell’esperienza non si nutre, si finisce per arrovellarsi in vicende che portano via serenità. Mi vengono in mente le famiglie che litigano per l'eredità lasciata, quella casa d'infanzia da cui non ci si vuole staccare e non si vuole ammettere che non e’ piu’ funzionale.
Questo l'ho imparato in molti traslochi.
C'è una frase del famoso psicologo Lacan che una volta lessi da qualche parte e che recita più o meno così.
"Io dico sempre la verità, ma mai tutta la verità perché la verità è talmente complessa che le mie parole non bastano".
Mi colpì perché incredibilmente vera. L'ho fatta mia perché mi rendo conto che in un discorso é difficilissimo, di fatto impossibile dire tutto quel che ci sarebbe da dire. Ovviamente mi riferisco ai temi di cui vale la pena discutere, per gli altri può bastare uno status Facebook.
Credo sia importante avere consapevolezza che le parole di una persona, per quanto detto con animo veritiero, non riescano a rappresentare tutta la verità. I miei amici dicono che faccio discorsi troppo lunghi, vero, ma è necessario per dire la verità. Inoltre, Morin mi ha insegnato che la verità é complessa, cioè che nella verità ci sono sia A che non-A. Il principio di non contraddizione aristotelico non regge quando si vuole affrontare una realtà complessa. Aristotele va bene per le questioni complicate, che non sono lo stesso di quelle complesse.
Chiudo dicendo che oggi abbiamo anche la fortuna di poter avere comunicazioni multimediali. Questo ci permette di scegliere quale media utilizzare per comunicare, sebbene questa abbondanza di strumenti non significa che noi siamo sempre in grado di apprezzarne le differenze.
Ecco niente, stasera volevo condividere questo pensiero di giornata.
Read more...Proprio l'altro giorno, Spotify mi ha proposto una canzone di Franco Battiato. Mi colpisce come uno come lui potesse essere arrivato a tale popolarità. Non un cantante di nicchia idolatrato da fan fedelissimi, come può essere un Giovanni Lindo Ferretti, ma neanche uno dei grandi cantautori alla Guccini. Era popolare alla Battisti ma raffinato alla De Andrè. Credo che Battiato non si possa inquadrare in nessuna etichetta, l'unico mi viene in mente é Magritte nel suo essere surreale onirico fuori dagli schemi ma dei successo.
Ancora mi chiedo cosa sia l'era del cinghiale bianco, canto cuccurucucu paloma e sono affascinato da shock in my town. Potrei andare avanti a lungo ma voglio ringraziare chi mi ha portato a un suo concerto anni fa: un ricordo memorabile.
Ecco, Battiato va elogiato per il suo meritato successo il suo essere schivo le sue canzoni e il suo pensiero, mai banale. Grazie.
E il mio maestro mi insegnò
Com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire
Read more...Io tifavo Maradona perché i miei fratelli tifavano Milan e io, gia' allora, ero sempre in direzione ostinata e contraria. Anche se ancora non lo sapevo. Da Milano, Maradona é sempre stato visto come una 'terronata' perché, per una volta, la Napoli sgangherata era riuscita a vincere contro la Milano dell'aristocratico Trapattoni e dei miliardi di Berlusconi. Gia' a quell'etá avevo iniziato a capire che Berlusconi era un personaggio negativo, mentre Maradona portava poesia con quei capelloni e la palla che restava magicamente attaccata al piede fino al momento in cui entrava in porta.
...e invece avremmo bisogno di artisti, scrittori, teatranti e musicisti perché nel "poi" dovremo raccontarci di come siamo stati in questo "mentre". Sono tempi duri, lo sappiamo tutti, ma abbiamo bisogno dell'arte e della cultura per elaborare tutto questo che stiamo vivendo.
L'ho detto e lo ripeto: fra salute ed economia, ci siamo dimenticati la psicologia.
Ho paura che la cultura finisca monopolizzata da gente come Netflix o che l'arte rimanga nelle mani di quelli promossi da Repubblica.it. Invece, abbiamo bisogno degli artigiani dell'arte, del sottobosco di nomi che vanno sui palchi, non quelli sugli schermi. Non é un caso se in qualunque eta' umana ci sono state forme di rappresentazione artistica, dalle grotte di Lescaux fino ad oggi. Non é un caso se i secoli di splendore del passato sono sempre associati al proliferare delle arti, in qualunque epoca ed a qualunque latitudine.
Lo so che é dura, sono il primo a dirlo, ma lasciare indietro proprio gli artisti é un grave, gravissimo errore.
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