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frammenti da una serata ad ascolta Massimo Zamboni e figlia

26/04/26

C'e' il bisogno di raccontare un mondo epico, quello dei partigiani, mentre in Pregate per Era, la montagna tiene la memoria, la memoria di un omicidio


Avere radici, significa specchiarsi in un luogo e costruirsi una mappa dei luoghi significativi

La scelta di essere eredi, ma eredi di cosa? E' li la scelta.

Scegliere cosa lasci dopo di te.
Scegliere cosa ricordare.

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Nel caso...

14/01/26

Da quest'estate, mi sono appassionato a questo podcast di Storia dell'Asia. Continente immenso, l'Asia la si conosce pochissimo. Prima stagione sull'Arabia (saudita e non), poi Persia/Iran e ora sto ascoltando Iraq & Siria. Affascinante.

Ora che conosco meglio la storia di Persia/Iran, capisco un filo meglio quel che succede a Teheran e dintorni, soprattutto capisco di non capire. Pero' almeno ne sono consapevole!

Interessante l'approccio che parte dalla situazione attuale e va indietro a riprendere quelle epoche che influenzano ancora l'oggi perche', diciamocelo, non tutta la storia e' ancora rilevante oggi, piaccia o non piaccia.

Ovviamente, non ho idea si cosa accada veramente adesso in Iran, ma mi sono fatto qualche idea in piu' della loro storia. 

Buon ascolto

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Si festeggia, sobriamente

25/04/25

Io ce li vedo, a gonsolarsi per l’idea “geniale“ di estendere il lutto per il Papa in modo da « bloccare » il 25 Aprile. Invece, si sta rivelando un clamoroso autogol, ridicolo e patetico. Allora, meglio Berlusconi che ando’ a festeggiare all’Aquila fingendosi Partigiano per un giorno

Invece questi sono personaggi da commediuncola degli errori, neofascistelli che si gongolano di essere ora al potere, sfoggiando cimeli del ventennio. No, l'Italia e' piu' avanti. Per fortuna.

Sorrido e festeggio.

 

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

 

Piero Calamandrei

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In ricordo, attenti al presente.

27/01/25

Un ciclo siamo macellati. Un ciclo siamo macellai. Lo canta GioLindo, lo dice la Storia. 

Ho imparato a guardare la storia da adulto, non conosco paese/nazione/comunitá che non possa di esserlo stati. La Francia di Louis XIV o Napoleone; la Francia devastata delle Guerre mondiali. L’Italia dell’Impero di Roma; l’Italia colonizzata e devastata. L’Inghilterra eroica della seconda guerra mondiale; l’Inghilterra imperiale. Il Belgio delle mille battaglie sul suo territorio; il Belgio in Congo. Potrei andare avanti a lungo -ahimé- citando le Nazioni che non esistono piú, quelle che manipolano la storia, quelle che la dimenticano.

Dunque, nessuna contraddizione. Ieri macellati nella peggior tragedia del XX secolo; oggi macellati con una reazione a dir poco spropositata e devastante. Colpisce perche’ credo neanche loro sappiano come uscirne dopo una tale atrocitá. 

Io non dimentico. Perché i forni crematori sono il progresso dei roghi, in un progresso tecnologico che rende solo peggiore il ruotare dei cicli. Le foto non si possono ignorare, ieri e oggi. Difficile mettere le parole in fila davanti tanta atrocitá. Sia la Pace agli innocenti vittime di tanta brutalitá.

Sia la pace.  

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12 agosto

21/08/24

Visitammo S. Anna di Stazzema qualche anno fa. 

Un bellissimo borgo abbarbicato su appennino toscano. Sarebbe da visitare solo per la bellezza del paesaggio. La storia, tremenda, parla di orrore della guerra, di un villaggio ucciso, sterminato. Tutti morti. 
In un giorno. 
Uomini donne vecchi e bambini. Sulla piazzetta, la chiesetta. A colpi di mitragliatrice. Civili. Una ritorsione inutile. Pura violenza, puro orrore. Ricordarlo, dire mai, più non è solo giusto per la memoria, ma un auspicio per il futuro, il nostro futuro. 
Un frammento di questa calda estate che da quel borgo guardi avanti.

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3 concetti da un grande maestro

27/07/23

Marc Augé è stato uno dei miei maestri, forse quello di cui ho letto più libri, tipo una dozzina. Tre sono i concetti più importanti che credo di aver imparato da lui. 


I non luoghi. 

Gli aeroporti della globalizzazione, luoghi anonimi che potrebbero essere ovunque, tutti uguali fra loro, privi di radicamento territoriale e identità sociale. Si passa in attesa di saltare altrove dove si troverà un altro non luogo. Li capisci bene con le metro: non sai cosa c'è in mezzo, sbuchi da una galleria, mentre in bici o a piedi scopri che c'è tutta una città nel mentre dei viaggio. Ma di questo tanti hanno già scritto. 


La costante antropica del pendolarismo. 

Il suo primo grande concetto. Col migliorare dei trasporti pendolari la gente ha scelto di andare a vivere più lontano invece di ridurre il tempo speso per pendolare. Non è scontato. Se sono abituato a pendolare 1 ora al giorno, il miglioramento della mobilità porta a aree urbane più grandi con raggi di pendolarismo più lunghi. Sorprendente.


L'importanza di dimenticare. 

La nostra memoria è finita ed è importante dimenticare perché non ci può essere spazio per tutto. Possiamo allenare la nostra memoria ma dimenticare è importante. È importante per la città perché deve scegliere le cose "significative" da conservare dimenticandosi delle altre. Del medioevo conserviamo le cattedrali, i suburbi di catapecchie sono stati sostituiti da case di miglior qualità. Dimenticare significa fare spazio per nuove cose perché se non hai spazio non puoi guardare al futuro, se conservi tutto non potrai accogliere cose nuove. Ovvio che devi conservare ciò che è importante, ma è anche una lezione di vita per accogliere il futuro. 


Ecco, questi tre concetti io li ho imparati da questo grande maestro. Io misero lettore distratto e superficiale lo ringrazio perché non è mai stato banale, sempre stimolante, mai ovvio, costantemente capace di farmi vedere la mia realtà con occhi nuovi. RIP.

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Leggere e scrivere

07/07/23

Fra le cose che girano su questi schermi ce n'è una che dice che il problema di oggi è che tutti vogliamo scrivere, ma non abbiamo voglia di leggere gli altri. Già mi chiedo se abbia fatto bene a scriverlo... però almeno mi impegno a leggere eventuali commenti.

Perché mi rendo conto che ho poca voglia di leggere i libri e articoli degli altri, un motivo valido per aver lasciato la carriera accademica che, vista da fuori, appare ancora piú assurda. Tuttavia, leggere significa anche un ascolto attivo, significa voler capire perché quella persona ha voluto scrivere quella cosa. Dietro a un tweet o una frase su Facebook, ci sono intenzioni, emozioni e pensieri, magari non sempre consapevoli. Ammetto, anzi confesso che mi viene piú facile l'ascolto attivo di persona che non online. Su questi schermi c'é troppa velocitá e un flusso eccessivo di cose scritte, condivise e rilanciate. 

Non so se averlo scritto mi fa stare meglio, almeno voglio ricordarlo a me stesso.

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Di luoghi e storia

20/04/23

Due luoghi legati alla mia famiglia per ragioni diverse mi han fatto conoscere due eventi storici che dicono molto della situazione attuale. 

Fornovo val di Taro, 6 luglio 1495
Il Re di Francia Carlo VIII sta tornando in patria dopo aver saccheggiato Roma. L'Italia, allora potentissima sotto ogni punto di vista, si è dimostrata divisa e incapace di organizzarsi per difendere il Papa, autorità fondamentale per l'epoca. 
Milano e Venezia guidano una coalizione che vuole metterci una pezza perché ha capito l'errore e aspettano i francesi a Fornovo, dopo che hanno attraversato il passo della Cisa. 
La coalizione italiana vince, più o meno. I francesi perdono il bottino ma si salvano e scappano. La battaglia dura poche ore, ma entra nella storia perché per la prima volta i francesi usano i cannoni in una battaglia campale, prima di allora erano stati usati solo per gli assedi. Se l'esito della battaglia non è chiaro, la notizia è che gli italiani appaiono per la prima volta da secoli come vulnerabili, divisi e senza leader. 

Battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525
I francesi di re Francesco I assediano Pavia che sta per cadere quando l'esercito imperiale arriva per spezzare l'assedio. Gli eserciti in campo si equivalgono con circa 30.000 uomini a testa e simili dotazioni di cavalli, cannoni e altri armamenti.
Malgrado questo equilibrio sulla carta, gli eserciti imperiali stravincono e arrivano addirittura a catturare il Re di Francia. La battaglia entra nella storia perché, per la prima volta, le armi da fuoco diventano il centro della strategia militare. Nei 30 anni precedenti venivano già usate (vd. la battaglia di Fornovo con i primi cannoni), ma ora diventano il centro dell'esercito.

Questi episodi, che qui ho descritto sommariamente (ma che trovate con tanti dettagli su Wikipedia) raccontano di una rivoluzione tecnologica tipo quella che vediamo oggi con l'intelligenza artificiale. 

Lezione 1.
C'è bisogno di uno stato grande con massa critica per poter permettersi i cannoni. Le signorie italiane potevano avere i migliori cavalieri e mercenari, ma i francesi e l'impero hanno i cannoni e gli archibugi che costano ma su cui ci sono evidenti economie di scala. 

Lezione 2.
Magari non capisci subito l'importanza di una tecnologia come le armi da sparo (Fornovo), ma intuisci che bisogna investire in quella direzione perché il primo che impara a usarla vince la ben piu' importante battaglia di Pavia. L'intelligenza artificiale sono le nuove armi da fuoco e non ci vorranno 30 anni per vederne gli effetti. 

Lezione 3.
Le battaglie venivano combattute in Italia perché era ricca e quindi si poteva ambire a ottimi bottini da parte di quegli Stati che avevano le tecnologie e le risorse per utilizzarle. Non a caso, l'Italia avrà un declino inesorabile a partire dal XVII secolo. L'Europa è quel mercato ricco su cui altri competono con tecnologie che non abbiamo e non sappiamo usare. Ma siamo anche divisi e ci difendiamo a Fornovo solo dopo che i francesi hanno saccheggiato Roma.

Ora bisogna cercare le giuste analogie, similitudini e differenze, ma conoscere la storia aiuta. 

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A cuore aperto

06/04/23

Non e’ la prima volta che ricevo la notizia della morte di uno dei miei maestri, ma lui era sicuramente il più importante di tutti. Relatore di triennale, specialistica e dottorato, lui ha segnato più di chiunque altro la mia formazione universitaria, sia scientificamente che umanamente. Un modello, un esempio, un riferimento. Era l’accademico che sarei voluto diventare: scientificamente eccellente, impegnato in politica nel giusto e, naturalmente, dalla parte giusta. Tuttavia, era anche un battitore libero, indipendente di pensiero ma anche e soprattutto come persona. Un economista fra i manager del politecnico. Rigoroso metodologicamente e capace di capire come le analisi influenzassero le decisioni pubbliche, si trovava in una facolta’ dove si tendeva a filosofeggiare sul progettare. Ma non credo che avrebbe resistito a lungo fra gli economisti duri e puri.

Sono cresciuto come un Planner (quindi un non-architetto) con specializzazione in economia (ma fra gli ingegneri gestionali). Mi ha insegnato interdisciplinarità e, anche grazie alla moglie anch’essa mia professoressa, la transdisciplinarieta’. Perche’ se l’analisi delle politiche pubbliche (i miei primi due maestri, entrambi gia’ scomparsi) si impara il “come” si decide, e’ l’economia che ti guida sul “cosa”. Solo aver avuto maestri in entrambe le direzioni ho potuto maturare una comprensione delle dinamiche sociali collettive siano esse della citta’/regione o a piu’ ampia scala: conta il cosa E il come.

Affascinante nel parlare, libero pensatore, scientificamente ineccepibile.

Tuttavia, mi sorgono molti “si’ ma…” in questo momento. Perche’ fui accolto come una moto fra i trattori: a cosa serve una moto se devi macinare, arare, smuovere. Qualcuno avrà detto che era una buona moto e che se voleva venire in fattoria, perche’ no. D’altra parte, era la miglior fattoria altamente produttiva ed efficiente, un’indiscutibile eccellenza. Era l’esempio di riferimento e magari una moto sarebbe servita. Forse la metafora non e’ azzeccata, ma se ripenso agli anni del dottorato, la mia scelta di indipendenza (abbandonare il planning verso una formazione gestionale-economica) non fu felicissima. Non ricordo di essere stato all’interno di un quadro educativo. Il percorso di formazione era da artigiano che impara il mestiere a bottega, ma ahimè i tempi erano cambiati e serviva un piano educativo.

Chi ha seguito queste righe virtuali sa che gli anni del dottorato sono stati difficili, frustranti con conflitti sottaciuti fino alla decisione, sofferta e amara, di dover emigrare, andandomene da quel percorso politecnico per cui mi ero impegnato tanto. Ancora oggi rimane un forte risentimento per come il Politecnico mi abbia trattato. Quando lo annunciai, venni accusato di aver fatto fallire un progetto di investimento su di me di cui non mi ero mai reso conto e, a tutt’oggi, mi chiedo quale fosse. Un progetto mai concretizzato da chi si addormento’ l’unica volta che ebbi l’opportunita’ di presentargli la mia tesi, che non si presento’ alla mia difesa di dottorato (perché’ gia’ sapeva che me ne andavo) e che, in seguito, si rifiutò di firmare lettere di referenza per delle posizioni a cui feci domanda. Con lui ho una sola pubblicazione su un capitolo e non mi fece mai fare un articolo scientifico, così compromettendo le mie future prospettive di carriera accademica. Diceva che non erano importanti e bastava la tesi, senza capire che il mondo scientifico era irrimediabilmente cambiato. Come si può capire, ne porto un certo risentimento. Ripensandoci ora, non posso dire che il dottorato fu un’esperienza positiva.

Eppure oggi, accendendo un cero in Chiesa per lui, sono stato invitato al perdono. Voglio pensare che abbia fatto tutto in buona fede, avendo dovuto navigare in un ambiente tossico. Restando col vento in poppa grazie al rigore scientifico e all’ambizione di riuscire a fare ricerca di rango europeo/mondiale. Veniva dagli anni ’80-’90 e fu eccellente per quel periodo. Un pioniere ma, per onestà, bisogna dire che non fosse un team leader.

Mi risuona nelle orecchie una frase di una delle mie amiche più importanti, allora come ora. Diceva che a un certo punto avrei dovuto rescindere il cordone ombelicale col politecnico e confrontarmi con un mondo adulto. Ecco, oggi capisco che quell’esperienza fu la transizione, rude e schietta, verso l’età adulta. Capisco ora che molte delle mie ossessioni, come la necessità di pianificare, di conoscere la direzione, di sentirmi ascoltato, nascono da quegli anni forgiati tra ambizioni scientifiche e un ambiente per nulla attento all’ascolto umano. Non a caso, conservo ancora contatti con l’unica persona che si contraddistingue per intelligenza emotiva (guarda a caso, l’unico altro cattolico di quel gruppo). Capisco che bisogna tagliare il cordone, capisco sia stato un processo doloroso. Capisco molti dei miei errori ma anche che non si può restare tutta la vita in una culla. Capisco i miei nonni che dovettero lasciare le loro città di origini e come loro arrivano a Milano (e in fondo credo furono felici), così io ho dovuto lasciare Milano e arrivare altrove.

Capisco anche che anche lui recise i cordoni con la Bocconi e venne al Politecnico, economista fra ingegneri e urbanisti, affascinato dagli architetti senza esserlo. In questo lo ammiro perché ha sempre portato avanti la sua strada, la sua navigazione senza compromessi.

Riposi in pace. La sua nave arriva in porto dopo un viaggio eccezionale. Molti dei suoi insegnamenti resteranno e la grandiosità e’ che sono insegnamenti complessi, mai banali né univoci, non solo scientifici, ma molto molto umani.

Chiudo chiedendomi se sia giusto aver scritto tutto questo qui. Forse si’, forse che no. 

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RIP

05/04/23

Non e' la prima volta che uno dei miei grandi maestri se ne va, ma sicuramente era per me il piu' importante per competenze, per ruolo e per personalita'. 

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per la fine 2022

31/12/22

Una lezione imparata quest'anno. 

Marie Leptin, presidente del consiglio Europeo delle ricerche mi ha spiegato che per avere un sistema resiliente è necessario avere dei vuoti. Il suo discorso era più ampio, ma ho riportato questo principio nella mia quotidianità. Servono spazi in casa per accogliere i regali; serve prevedere del tempo in ufficio per recuperare gli imprevisti della settimana. Servono pause per riposarsi ma ancora per recuperare quel che non si è riuscito a fare; serve liberare la casa dalle cose inutili perché sia chiaro che teniamo solo quelle importanti. 

Anni fa, il professore Cino Zucchi mi insegnò che le cose belle della vita si incontrano per caso, ma si tengono per scelta. Marc Augé mi ha insegnato che è anche importante dimenticare affinché la nostra testa sia piena di lezioni importanti e ricordi cari. 

Sono lezioni che cerco di portare con me ogni giorno. Ripenso anche al sistema evoluzionarista come me l'ha insegnato Schumpeter: conta sia chi compete per sopravvivere e prosperare, ma conta anche chi si occupa della biodiversità di un ecosistema. Un mercato senza regole porta alla distruzione perché uno cercherà di accumulare tutto, ma un predatore da che ha bisogno di avere delle prede. 

Io non so se sono resiliente, ma cerco di fare attenzione che un ecosistema mantenga una biodiversità sana. Almeno ci provo.
Ecco, lancio qui questo messaggio per la fine di quest'anno. 

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Ma che film i traslochi

31/05/22

Imparo che dopo aver condiviso esperienze emotivamente intense, poi si fa fatica a evolvere quando le fasi della vita cambiano. Esperienze intensamente positive ti pervadono e possono attirare la volontà di fare anche di piu’, arricchendo ulteriormente. 

Ma poi la vita scorre, cambiano esigenze e fasi desideri, ma rimane quell’aspettativa che ormai si e’ creata per quel passato così importante. Se però quell’esperienza non si nutre, si finisce per arrovellarsi in vicende che portano via serenità. Mi vengono in mente le famiglie che litigano per l'eredità lasciata, quella casa d'infanzia da cui non ci si vuole staccare e non si vuole ammettere che non e’ piu’ funzionale.

Questo l'ho imparato in molti traslochi.




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Dire la verità

16/05/22

C'è una frase del famoso psicologo Lacan che una volta lessi da qualche parte e che recita più o meno così. 

"Io dico sempre la verità, ma mai tutta la verità perché la verità è talmente complessa che le mie parole non bastano".

Mi colpì perché incredibilmente vera. L'ho fatta mia perché mi rendo conto che in un discorso é difficilissimo, di fatto impossibile dire tutto quel che ci sarebbe da dire. Ovviamente mi riferisco ai temi di cui vale la pena discutere, per gli altri può bastare uno status Facebook. 

Credo sia importante avere consapevolezza che le parole di una persona, per quanto detto con animo veritiero, non riescano a rappresentare tutta la verità. I miei amici dicono che faccio discorsi troppo lunghi, vero, ma è necessario per dire la verità. Inoltre, Morin mi ha insegnato che la verità é complessa, cioè che nella verità ci sono sia A che non-A. Il principio di non contraddizione aristotelico non regge quando si vuole affrontare una realtà complessa. Aristotele va bene per le questioni complicate, che non sono lo stesso di quelle complesse. 

Chiudo dicendo che oggi abbiamo anche la fortuna di poter avere comunicazioni multimediali. Questo ci permette di scegliere quale media utilizzare per comunicare, sebbene questa abbondanza di strumenti non significa che noi siamo sempre in grado di apprezzarne le differenze. 

Ecco niente, stasera volevo condividere questo pensiero di giornata.

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E il mio maestro mi insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire

19/05/21

Proprio l'altro giorno, Spotify mi ha proposto una canzone di Franco Battiato. Mi colpisce come uno come lui potesse essere arrivato a tale popolarità. Non un cantante di nicchia idolatrato da fan fedelissimi, come può essere un Giovanni Lindo Ferretti, ma neanche uno dei grandi cantautori alla Guccini. Era popolare alla Battisti ma raffinato alla De Andrè. Credo che Battiato non si possa inquadrare in nessuna etichetta, l'unico mi viene in mente é Magritte nel suo essere surreale onirico fuori dagli schemi ma dei successo. 

Ancora mi chiedo cosa sia l'era del cinghiale bianco, canto cuccurucucu paloma e sono affascinato da shock in my town. Potrei andare avanti a lungo ma voglio ringraziare chi mi ha portato a un suo concerto anni fa: un ricordo memorabile. 

 Ecco, Battiato va elogiato per il suo meritato successo il suo essere schivo le sue canzoni e il suo pensiero, mai banale. Grazie. 


E il mio maestro mi insegnò 

Com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire

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A Diego Armando

26/11/20

Io tifavo Maradona perché i miei fratelli tifavano Milan e io, gia' allora, ero sempre in direzione ostinata e contraria. Anche se ancora non lo sapevo. Da Milano, Maradona é sempre stato visto come una 'terronata' perché, per una volta, la Napoli sgangherata era riuscita a vincere contro la Milano dell'aristocratico Trapattoni e dei miliardi di Berlusconi. Gia' a quell'etá avevo iniziato a capire che Berlusconi era un personaggio negativo, mentre Maradona portava poesia con quei capelloni e la palla che restava magicamente attaccata al piede fino al momento in cui entrava in porta. 

 Mi han detto che quella sera, a 4 anni, ero l'unico convinto che l'Argentina avrebbe vinto la Coppa del Mondo. 

 Da grande, ho continuato a tifare Maradona per la leggenda che ha rappresentato. Per il suo stare sempre dalla parte degli ultimi, anche dopo aver fatto i miliardi. Per il suo essere anche scalcagnato, maldestro, per i suoi errori fatti con generosita'. Gli eccessi, la droga, l'amicizia con Fidel, le cose sbagliate. Il suo non diventare una figurina l'hanno sempre reso molto umano, divino nei piedi, passionale nel cuore, maldestro quando c'era da mettersi la giacca e la cravatta. Ha vinto estasiando, ha sbagliato, si é perso e si é fatto amare. 

Dopo tutti questi anni, capisco il potere popolare di Maradona. Grazie per tutto quello che ci hai dato.

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ora, avremmo bisogno

29/10/20

...e invece avremmo bisogno di artisti, scrittori, teatranti e musicisti perché nel "poi" dovremo raccontarci di come siamo stati in questo "mentre". Sono tempi duri, lo sappiamo tutti, ma abbiamo bisogno dell'arte e della cultura per elaborare tutto questo che stiamo vivendo.

L'ho detto e lo ripeto: fra salute ed economia, ci siamo dimenticati la psicologia. 

Ho paura che la cultura finisca monopolizzata da gente come Netflix o che l'arte rimanga nelle mani di quelli promossi da Repubblica.it. Invece, abbiamo bisogno degli artigiani dell'arte, del sottobosco di nomi che vanno sui palchi, non quelli sugli schermi. Non é un caso se in qualunque eta' umana ci sono state forme di rappresentazione artistica, dalle grotte di Lescaux fino ad oggi. Non é un caso se i secoli di splendore del passato sono sempre associati al proliferare delle arti, in qualunque epoca ed a qualunque latitudine. 

Lo so che é dura, sono il primo a dirlo, ma lasciare indietro proprio gli artisti é un grave, gravissimo errore.

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2 days ago I said

07/09/20

 

Academia is the cradle of every professional, but you cannot grow if always stay in a cradle

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Storia semiseria di San Nicola

06/12/17

Oggi é San Nicola. Non credo di dover spiegare perché sia uno dei miei santi preferiti.

La storia, ma dovrei dire la sua leggenda mi appassiona perché a San Nicola é attribuito un po' di tutto, un gran caos. Succede, se sei un santo del III/IV secolo che diventa famoso in quel periodo. Patrono di bimbi e ragazze madri e ragazze da marito, ma anche commercianti, avvocati, marinai, scolari, pescatori... insomma, chiunque abbia bisogno di un santo in paradiso, in fondo e' uno buono.
Dicevamo, San Nicola viene dall'attuale Turchia, andava bene quando c'era da combattere l'eresia ariana (pare abbia preso a schiaffi Ario in persona!), ma soprattutto perché anche Costantinopoli aveva bisogno di qualche santo da quelle parti, mica tutti a Roma. L'unico fatto storico che pare confermato é che San Nicola si occupasse di bambini orfani e madri abbandonate, ma su questo torneremo.
Il successo di San Nicola arriva pero' qualche secolo dopo quando Cirillo (che in realta' si chiamava Costantino, ma cambio' nome prima di morire per evitare confusioni) e Metodio furono mandati dalla Chiesa bizantina a evangelizzare i popoli slavi. I due pare fossero ferventi devoti di San Nicola (pare anche che non andassero molto d'accordo fra di loro, ma tralasciamo questi pettegolezzi) e cosi' infilarono il culto di questo brav'uomo nella loro opera di evangelizzazione. Cirillo invento' il suo famoso alfabeto per gli Slavi del Sud perché quello greco era troppo lontano dalla loro lingua. Pare che non funziono' granché, ma piacque ai bulgari che lo fecero loro, assieme al culto per San Nicola (a quelli a cui non piacque l'alfabeto cirillico, glielo imposero dopo con altri modi...).
Da li', l'alfabeto cirillico e il culto di San Nicola si diffusero verso nord in tutto il mondo slavo, ma quando a fatica sai scrivere e devi sopravvivere a un paio di invasioni barbariche non é che stai a guardare i dettagli della storicita' di San Nicola. Sai che era una persona buona che si occupava di orfani e madri sole, dunque faceva comodo. Poi, gli infedeli presero Costantinopoli: gli italiani si presero il corpo di San Nicola a Bari, mentre il culto si tasferi verso Kyev e Mosca (e questo spiega perché i Russi ce l'hanno con noi: che ve ne fate di un santo che non venerate?!). Pero' faceva comodo avere un santo in comune fra chiesa occidentale e orientale: quando ci sono delle guerre, sempre meglio avere qualche punto in comune, soprattutto se questo ti offre un motivo per allearti contro gli infedeli. (nel dubbio, intanto, la Chiesa si era presa anche Cirillo e Metodio dandogli sepoltura a Roma, che e' un po' come prendersi un posto sicuro al ministero...).
Intanto, la leggenda di San Nicola proseguiva con o senza l'uso dell'alfabeto cirillico (i finnici si accorsero che gli slavi del sud avevano dimenticato le vocali cosi' presero a metterne ovunque). Ognuno ci metteva dentro quel che aveva voglia. Andava bene per pescatori e commercianti perché piaceva su entrambe le sponde di Mediterraneo e Mar Nero. Gesu' aveva detto di essere come i bambini e San Nicola aveva protetto i bimbi orfani che ce ne sono un po' ovunque. Poi, a dirla tutta, San Nicola funziona anche dove fa freddo, mentre Gesu' é spiegato che andava vestito solo di una tunica... poco credibile quando sei in Ostrobotnia...
Torniamo a San Nicola. Divenuto mito leggendario in Europa centrale, orientale e nordica (ma rispettato anche dai Turchi a cui evidentemente stava simpatico), fa comodo a italiani e germanici per avere un punto in comune quando c'e' da commerciare, ma la figura ancora non sfonda in occidente.
Il successo di San Nicola in occidente (purtroppo) arriva con la Coca Cola, mannaggiaalloro! Gagliardo 'sto qui che fa commercio e porta regali ai bimbi! Qui da noi non lo conosce nessuno, ma per me funziona bene per la pubblicita'! Ecco allora che gli tolgono la croce, afflosciano la mitra, cambiano i colori sociali in bianco e rosso (prima la coca cola era verde a quanto pare) e lanciano "Babbo Natale"! GAGLIARDO 'r vecchietto! Che storia, porta regali ai bimbi, e' simpatico e tanto li ammmericano manco sanno dove sia la Lapponia... Funziona, successo mondiale! Il caos sulle leggende di Babbo Natale garantisce che nessuno possa lamentarsi sulla veridicita' del personnaggio che ne ha gia' passate parecchie nella storia, viene da un alfabeto che nessuno capisce (ai tempi era sotto i sovietici, figuratevi!).
Ecco, tutta questa storia é un gran caos. Neanch'io sono sicuro di tutta la veridicita' di questa vicenda. Sicuramente ci sono molte inesattezze, ma succede se diventi celebre fra il III e il nel IX secolo in una terra dove la gente si inventa alfabeti per altra gente che manco sa scrivere, e comunque deve preoccuparsi di un paio di invasioni barbariche (non esattamente come l'eliminazione dell'Italia dai mondiali...). Piu' leggenda che storia, lo so, ma é proprio questo il fascino.
PS
pero' la scena di San Nicola che prende a schiaffi Ario al Concilio di Nicea dev'essere stata epica...

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Serio ma non troppo

05/12/17

Da quando sono diventato papà, ho capito molte cose della politica realizzando che ci sono sorprendenti analogie fra il rapporto genitori/figli e governo/popolo.

Il figlio/popolo si attacca a cose che a noi genitori/governi sembrano futili e inutili come il ciuccio/il calcio, ma glieli lasciamo per quieto vivere/costruire consenso. Quando poi il ciuccio si perde/l'Italia non va ai mondiali ne esce una tragedia che devi gestire, in qualche modo. 

I genitori/il governo sono soliti fare dei regali ai figli/il popolo, specialmente in occasioni speciali come il Natale/le elezioni.

I figli/popoli possono diventare amici di altri figli/popoli, ma questo generalmente accade solo quando i genitori/governi lo sono già, altrimenti niente. Sono passati i tempi in cui i genitori/governi potevano decidere del matrimonio dei figli/delle spartizioni territoriali. Ora c'è questa idea della libertà di matrimonio/principio di autodeterminazione dei popoli. E dire che lo facevamo per il loro bene....

Non è che bisogna sempre dire tutto ai figli/popoli, talvolta per fargli una bella sorpresa o non alimentare delusioni. Per esempio, quando la maestra d'asilo di mio figlio/la diva tanto amata dal mio popolo scompare per tre settimane conviene non alimentare troppo la speranza di un suo ritorno, così quando tornerà sarà una splendida sorpresa, ma se non dovesse tornare per una qualunque ragione... e vabbe!

I figli/popoli spesso affezionano moltissimo a figure del passato come i nonni/i vecchi governanti. Bisogna alimentare questo sentimento positivo, almeno finché i nonni/governanti stanno dalla parte degli attuali genitori/governo.

È possibile che ci sia dissenso fra i genitori/dentro al governo, ma bisogna evitare assolutamente che i figli/il popolo se ne approfitti.

I genitori/governo amano i loro figli/popolo e ancora di più amano la loro condizione per cui faranno di tutti per mantenerla. 

I figli/popoli talvolta disobbediscono, soprattutto quando sono stanchi. Per questo è bene che vadano a letto presto/che ci rieleggano presto senza ulteriori discussioni. 

È importante dare ai figli/al popolo la libertà di scelta, per esempio su cosa leggere, ma sempre all'interno di una lista predefinita dai genitori/governo. Talvolta però succede che fonti esterne ed incontrollate tipo svelino ai figli/al popolo l'esistenza di cose tipo Peppa Pig/Paradise Papers (curiosamente entrambi PP...). In tal caso bisogna minimizzare, occultare e farli dimenticare in fretta per non correre il rischio che i figli/il popolo ne chieda ancora. 

I figli/popoli spesso esprimono una passione smodata per robe tipo le macchinine/le macchine. Se ne accumulano talmente tante che i genitori/governi non sanno più come muoversi, ma per quieto vivere continuiamo a fargliene comprare.

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Con sincero ringraziamento

14/10/16

Ho iniziato a capire e apprezzare veramente Dario Fo quando, appena rientrato a Bruxelles, mi ritrovai a vedere un pezzo di Mistero Buffo in nederlandese: non capii niente, ma capii tutto.

Iniziai allora a leggere alcuni testi di Dario Fo, in particolare il "Manuale Minimo dell'Attore" (caldamente consigliato). Una sfida per uno come me perché è un flusso di pensieri, racconti e aneddoti interminabile che affascina, ma sembra di non capirne niente. E invece da allora ho iniziato a entrare nel genio della sua creatività, nell'arte giullaresca che non è nata oggi ma ha una storia millenaria e quel misterioso buffone che si agitava sul palco in realtà continuava una storia di secoli e secoli.

Quella roba chiamata grammelot che mi pareva un'idiozia invece era legata a quando Dario Fo andò in Francia a portare il suo teatro... senza sapere il francese! Per questo parlava quella lingua strana, ma non era lui il primo a farlo: la Commedia dell'Arte nasce perché la controriforma (in particolare S. Carlo Borromeo, altro milanese) misero al bando il teatro costringendo quegli attori ad andare fuori dall'Italia. Così si inventarono quel tipo di comunicazione come un teatro veramente transnazionale. Molière li odiò, impose il testo scritto e soprattutto la lingua francese.

Ecco, non mi importa ora fare un trattato di storia del teatro di cui non ne ho le competenze. Mi importa che quella sera con l'attore che si dimenava sul palco capii che il teatro è una forma culturale profondamente umana, transnazionale, translinguistica. Lo capisco ogni settimana con Impro for Dummies quando improvvisiamo in Inglese, ma anche in Francese o Italiano, Bulgaro o Greco, Sloveno o Lettone, ...

In questa babele in cui vivo, Dario Fo è quantomai attuale. Bruxelles dovrebbe dedicargli una piazza tra quelle più importanti. Noi vi andremo a recitare e cantare, sempre col sorriso.

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